Alberto Amato

 

Il più “amato “ dalle donne

Napoli 28 aprile 1912 – 28 febbraio 2006

 

Nato sul mare di Santa Lucia, da giovane è stato calciatore-ala destra- nei boys del Napoli e nella Turris di Torre del Greco e poi nuotatore e pallanotista nella Rari Nantes. Il padre, possidente e commerciante di oro e pietre preziose, lo portò all’estero, sperando di avviarlo al suo stesso mestiere. Alberto invece cantava sulle terrazze del circolo nautico cui era iscritto dal 1936. Mimì Grimaldi – capitano del “settebello” della pallanuoto- lo spinse a presentarsi alla gara nazionale per artisti della canzone indetta dall’Eiar, l’antenata della Rai: era il 1940. Si presentarono in 3.600, ne scelsero 12 e Amato era fra questi, pur senza aver studito canto e musica. I giurati – tra cui Angelini, Barzizza e Petralia – promossero l’interpretazione di Canzone appassionata e Che t’aggia dì. In albergo, felice, Amato incontrò Francesco Albanese, suo compagno in quinta elementare a Torre. “Che fai qui?”. “Ho vinto un concorso lirico alla radio”. “E io quello di musica leggera”. Brindarono, Albanese diventò tenore famoso.

Il contratto di Amato con la radio doveva durare un anno ma poi fu prolungato. Da Torino a Milano, chiamato da Petralia. Venne il contratto discografico con la Cetra, prima incisione proprio Canzone appassionata. Venne una tournèe di tre mesi in Germania, Polonia e Lettonia. Gli esperti dicevano che la sua voce era a metà tra quelle di Pasquariello e Caruso: forse esageravano, ma di certo quel bel ragazzo sapeva ben modulare la voce, accarezzando le note. Dopo la caduta del fascismo, Amato si trovò in zona controllata dalla Repubblica di Salò. Cantò in un programma intitolato La Pattuglia del Sud, Petralia e Sabino si alternavano alla guida di una orchestra di 70 professori. Gli cantanti venivano dalla lirica, Galeffi, Afro Poli, Gina Cigna; quando era il turno del napoletano si avvicinavano per imparare le sfumature del dialetto.”A questo punto vorrei una corona, poi il si bemolle” chiese in una pausa Petralia e si sentì rispondere da Amato: “Maestro, io la musica non la conosco, canto a orecchio”. Petralia si sorprese: “Ma sei così quadrato..” ed era un complimento.

Raccontano che una sera al Bellini, Giuseppe Cioffi era preoccupato per un difficile si naturale nella canzone Mare, da lui scritta su versi di Bonagura, Amato dopo un mal di gola, gli aveva fatto credere di temere quella nota; e invece la eseguì alla perfezione, Cioffi gli lanciò contro la bacchetta, per rabbia e per liberazione.

Alla radio Amato lavorò anche con le orchestre di Angelini, Barzizza, Fragna, soprattutto di Seracini. Per sei mesi attraversò l’Italia con lo spettacolo Gli assi della radio, diretti da Tito Manlio. Aveva una istintiva, misurata teatralità, fece parte delle compagnie dei fratelli De Rege (quelli di “Vieni avanti, cretino”), Luciana Dolliver, Carlo Dapporto e Walter Chiari. Divise altre esperienze con Ernesto Bonino e Oscar Carboni. Aveva cuore tenero. Quando E.A.Mario fu quasi paralizzato da una malattia, lo prendeva in braccio e lo sistemava sul sediolino del pianoforte, sorreggendolo. Ogni volta il maestro lo ringraziava con una breve lezione di musica.

Amato firmò un contratto con la Odeon, vi rimase 18 anni. Partecipò alle audizioni di Piedigrotta di Bideri, Rendine, Gesa, La Canzonetta, Cioffi. A Radio Napoli fu diretto da Anepeta, Campese, Vinci. Fu lui, con Maria Paris, a lanciare Scalinatella.

Nel 1957 andò negli Stati Uniti e in Canada. A New York tenne un concerto alla Academy of Music di Brooklyn. La sala era stracolma e tantissimi erano gli immigrati da Torre del Greco, lo conoscevano più come calciatore che come cantante. Gli diedero il camerino di Enrico Caruso, cantò 18 canzoni e dovette rientrare in scena per il bis. Una faticata, in 7 giorni perse 7 chili.

Per 25 anni fu accompagnato al piano da Enzo D’Onofrio, pianista di fiducia anche di Claudio Villa. Fu protagonista sugli schermi: Madunnella, Malaspina, Nennella, Un maestro per Anna Zaccheo, I giorni contati, Le mani sulla città. Nel 1962 cantò Si vuò bene a Napule al Festival di Piedigrotta. Poi senza rinunciare al microfono, rispose al richiamo della vecchia passione sportiva e diventò arbitro di pallanuoto (per trent’anni, premiato con medaglia d’oro), giudice di nuoto e dirigente della cara Rari.

Ufficialmente (ma mai in sostanza ) si ritirò nel ’75. Ultima scrittura: un mese all’Ambassador di Copenaghen. Disse, da sportivo: “Ho smesso perché non potevo più reggere al livello su cui ero sempre stato”. In realtà non si fermò mai. Concerti, apparizioni all’estero, 14 anni di fila al Salotto Tolino. Sulle terrazze del circolo la frase “Albè”, cantace ‘na canzuncella” è diventata proverbiale. Nel 2005 ha ricevuto al Trianon il premio Gilda Mignonette e ha cantato: il pubblico era in piedi ad applaudirlo.